Tre rose porterò domani,
per ricordare il nostro ultimo figlio, il terzogenito,
un dono silenzioso
nella stanza della clinica.
Saranno con me
i nostri due grandi e
per te sola,
la luce del giorno
che albeggia per te sola,
il primo respiro
di un nuovo anno.
Eri rosa fiorita,
rossa di porpora e vita,
per i tuoi figli e per me,
in quel mattino d’un settembre
che sapeva di primavera.
Non c’era gelo e il mare taceva,
sereno come il nostro cammino.
Il tempo si è disperso,
granello dopo granello,
eppure abbiamo percorso
passi lunghi, vicini,
tra il sole e il mare,
su strade infinite,
tenendo il buio lontano.
Abbiamo guardato oltre,
dove i tesori non
brillano come i diamanti
né pesano come oro.
Le cose restano cose,
nulla portiamo con noi,
ma il mondo,
resta pieno di fiori:
rosa, gialli, bianchi,
arancio, corallo, pesca
e il tuo rosso porpora,
il rosso che un giorno arderà,
restando fuoco e memoria.
I bicchieri sono
ancora in tavola,
la bottiglia è mezza piena.
La luce gialla delle sei e mezza
tocca i tetti e il campanile,
mentre le vele
del nostro passato
scrutano silenti
i Colli Prenestini.
Sono lì, immobili,
come i miei scritti,
come i miei disegni,
come la voce rotta
che parla solo dentro di me.
La vita non è più quella,
ma mai resto solo con voi.
Anche se il tempo
ci lascia in ombra,
anche se gli anni
ci fanno meno visibili,
meno ascoltati,
restano i profumi,
i colori che non sbiadiscono.
E così ti canto,
mia compagna di sempre,
questa ninna nanna di vita.
Perché l’amore è poesia,
un canto sussurrato
tra ricordi e promesse,
tra il profumo di rose
e il calore del nostro tempo.
Mai smarrito,
mai finito,
anche quando si completa
il ciclo della vita.
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