Joachim, l’uomo che giocò con la luce

Nacque dove il sole sa di sale,
e il vento canta in lingua d’esilio.
Aveva negli occhi
la sete dei viandanti,
e nel cuore il coraggio dei sogni.

A Bordeaux correva tra stelle nascenti,
Zidane, Dugarry, Lizarazu — fratelli d’aurora.
Lui, l’ombra silenziosa
dietro la gloria,
difendeva il mondo
e non se stesso.

L’Italia lo chiamò promessa,
ma i sogni, si sa,
durano un inverno.
Poi solo passaggi, nebbie,
nomi sfumati,
come bandiere dimenticate
dal vento.

Quando il clamore tacque,
restò l’uomo, solo,
con la dignità come
mantello sottile.
Parigi gli voltò le spalle,
e la notte non ricordò
il suo nome.

Un container fu
la sua ultima casa,
il gelo la sua ultima partita.
Nessun fischio, nessuna folla,
solo il silenzio
a segnare il risultato.

Perché, nei campi del cielo,
forse corre ancora,
leggero come un respiro,
difensore dell’oblio,
uomo che ha amato la luce
fino a bruciarsi.

E nel suo passo invisibile
rimane la domanda eterna
degli uomini soli:
dove finisce la gloria,
e dove comincia il cuore?

Così finisce la vana gloria —
dalle stelle al ferro,
dalla luce al freddo,
da un urlo d’amore
al respiro che tace.

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