All’alba

All’alba di un inverno cattivo
una figlia prese la strada.
C’era nebbia, c’era gelo,
c’era una fede semplice
che portava lontano.
Non arrivò.

Aveva l’età delle promesse
non ancora mantenute,
una bambina che sapeva chiamarla mamma,
e un futuro che non ebbe
il tempo di difendersi.

In casa, quel giorno,
il tempo si ruppe.
Un padre stava vivendo
la sua felicità più alta,
una gioia costruita mattone
dopo mattone,
finalmente visibile al mondo.
Una madre respirava ancora normalità.
Poi il silenzio entrò
senza bussare
e non se ne andò più.

Erano in tanti, fratelli sparsi come semi al vento,
cresciuti tra certezze antiche e un mondo nuovo
che urlava, divideva, incendiava.
Città tranquille lasciate
alle spalle,
un approdo rumoroso e
senza riparo.
Idee, fedi, paure, ribellioni,
tutto insieme, tutto troppo.

La morte fu l’onda più alta.
Li colpì quando,
erano già stanchi.
Li rese naufraghi.

Si amarono nel dolore
e proprio per questo
si allontanarono.
Ognuno stringeva
il proprio vuoto, come se fosse
l’unica cosa rimasta.
I genitori, a riva,
guardavano senza riuscire
a salvare nessuno.

C’era anche il più piccolo.
Guardava.
Capiva senza capire.
Aveva pochi ricordi diretti,
ma sentiva tutto il resto:
il peso negli sguardi,
la paura che non aveva parole,
le onde brutte che
facevano tremare la casa.

Capì una cosa sola, presto:
che l’amore
non sempre protegge,
che a volte sopravvive
soltanto in chi resta in piedi.
Capì che avrebbe dovuto camminare da solo,
non per scelta,
ma per necessità.

E così fece.

Questa è una storia d’amore.
Non quella che salva,
ma quella che resta.
Di una famiglia spezzata
che non ha mai smesso,
di volersi bene,
anche quando il dolore
ha imparato a parlare più forte dell’abbraccio.

E ogni alba, da allora,
porta con sé
una presenza invisibile:
una figlia, una sorella,
una luce breve ma definitiva,
che continua a tenere uniti
i cuori strappati
dal filo sottile della memoria.

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