Nuota, nuota verso la luce

Avevi ventotto anni
e le mani di falegname,
mani nate per costruire culle
non per aprire il mare.

La notte urlava
più forte degli uomini,
l’Atlantico era nero,
come il destino,
e la nave tremava
come un cuore,
che sa di non farcela.

C’era un portello spezzato,
stretto come il tempo rimasto,
e c’era tua figlia,
cinque anni aggrappati
al tuo collo
come l’ultima preghiera.

Non c’era scelta,
solo amore.
Quello vero.
Quello che non chiede di restare.

L’hai spinta verso il mondo
con la forza di un addio
che non poteva,
essere detto piano.
“Nuota, Maria.
Nuota verso la luce.”

Lei è caduta nel mare
tu sei rimasto nel buio.
Sette minuti dopo
il silenzio ha preso il tuo nome.

Per anni lei ha pensato
di essere stata lasciata,
perché l’amore più grande
a volte fa più male della perdita.

Poi la verità è arrivata
come un’alba tardiva:
tu eri morto lì,
dove avevi scelto lei.

Ventotto anni sono
diventati novantadue,
una vita intera cresciuta
dentro un gesto solo.
Quattro figli,
nove nipoti,
sei pronipoti:
venti respiri nati
da un uomo rimasto sott’acqua.

E ogni notte,
nel sogno,
lei lo vede ancora:
il suo volto nel portello,
la sua voce che
attraversa il mare.

“Nuota,
Nuota verso la luce.”

Lo ha fatto per ottantasei anni.
E alla fine, stanca e piena di vita,
ha sussurrato:
“Spero di averti reso orgoglioso.”

Grazie, papà Antonio.
Grazie a tutti gli uomini
che muoiono giovani
perché qualcuno
possa vivere a lungo.

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