Si erano incontrati giovani, quando la vita sembrava infinita e le promesse
non facevano paura.
Si erano amati con l’istinto
dei vent’anni,
poi persi tra orgoglio, incomprensioni e
silenzi troppo lunghi.
Per un po’ avevano camminato separati, convinti
che l’amore non bastasse.
E invece bastò un cielo
aperto a farli ritrovare.
Fu uno sport estremo a riavvicinarli,
una sfida in cui la paura
diventa libertà.
Lì si riconobbero davvero.
Tra vento, risate e mani tremanti d’adrenalina capirono
che non avevano
mai smesso di appartenersi.
Tornarono insieme,
più fragili e più felici,
amando la vita
con una fame nuova.
Quel giorno era il più bello.
Il sole alto, l’aria limpida,
gli amici intorno.
Prima del salto,
lui fece una smorfia buffa
e le mandò un bacio.
Lei rise.
Tutti risero.
Poi si lanciò
nel blu immenso che amava.
Ma il paracadute non si aprì.
Il tempo si spezzò in un istante.
Lui se ne andò il giorno dopo, come se quell’ultimo sorriso fosse rimasto sul suo volto.
Lei restò, con il dolore più duro
e l’amore più forte.
Col tempo capì che certe storie non finiscono davvero.
Quando un amore è stato vissuto fino in fondo, non muore:
resta nei gesti,
nelle risate ricordate,
nel cielo che continua a parlare.
E ogni volta che guarda in alto,
lo rivede così:
la faccia buffa,
il bacio nell’aria, felice.
Perché l’amore vero
non è quello che non cade mai,
ma quello che continua a vivere, anche dopo la caduta.
Nel ricordo di Pietro.
a Sophie e Kasia.
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