Avevo diciott’anni
quando lasciai il quartiere,
la casa di mia madre,
i ricordi stretti dentro le stanze,
per andare incontro alla strada
che immaginavo mia.
Fu il lavoro a portarmi lontano,
insieme agli impegni e alle responsabilità
che allora non potevo rimandare.
Dovetti lasciare tante cose,
ma non i ricordi
di quegli anni.
E tu, con il tuo modo di esserci,
riuscivi a portare luce
anche nei pensieri
che non sapevo spiegare.
Ti incontravo per le strade di Roma
e, ogni volta, mi bastava uno sguardo.
Avevi una bellezza gentile,
quella che non chiede attenzione
eppure resta nella memoria.
E i tuoi occhi —
i tuoi occhi sapevano arrivarmi dentro.
Non ricordo le parole
delle nostre tante conversazioni.
Ricordo il silenzio che mi prendeva,
io lì, un po’ impacciato,
a guardarti con ammirazione
e con i sogni di quegli anni.
Non siamo diventati una storia,
non ci sono state promesse
né progetti da chiamare nostri.
La vita ha preso altre strade,
e tu hai scelto la tua.
Eppure, quando ci siamo ritrovati,
una scorsa estate,
sono tornati quegli occhi
e, insieme, i sogni di allora.
Poi abbiamo riso,
e in quella risata c’era
tutta la tenerezza del tempo passato.
Volevo dirti grazie.
Per ciò che sei stata nella mia vita,
per la luce, per le parole
e per i pensieri
che mi hanno accompagnato
mentre cercavo la mia strada.
Non sei diventata parte dei miei giorni,
ma sei rimasta una presenza cara,
un affetto che il tempo non ha consumato,
una gratitudine che porterò con me.
Ti auguro buona vita,
con chi tu hai scelto,
e che la strada ti restituisca
tutta la luce che hai saputo dare.
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