Sono nato dove le porte
non si chiudono a chiave
perché non c’è nulla da rubare,
e i conti non si controllano
perché non c’è niente
da contare.
Eppure, lì dentro,
viveva qualcosa
che non finiva mai:
la dignità.
Da bambino osservavo uomini seduti ai margini,
scarpe consumate e occhi
pieni di silenzi.
Il mondo passava oltre, distratto.
Io restavo lì.
Guardavo. Imparavo.
Avevano fame, sì.
Una fame che scava e insegna.
Ma non ho mai visto
quelle mani rubare,
né quelle bocche mentire.
Quando non avevano nulla, offrivano tutto:
un gesto, una parola,
una presenza.
Ricordo un cieco attraversare la strada.
Non era pietà la loro.
Era riconoscersi.
Era sapere cosa vuol dire
non essere visti.
E lì ho capito:
la ricchezza non è possedere,
è accorgersi.
Crescendo ho visto altri mondi,
case piene e cuori vuoti,
tavole ricche e silenzi freddi.
Io no.
Quella mano tesa non l’ho mai nascosta.
L’ho portata con me,
come un nome.
Con orgoglio.
Ho lottato, ho costruito,
mi sono rialzato.
Mi sono fatto spazio senza perdere me stesso.
E sì, mi sono riscattato.
Ma non ho mai tradito ciò
che mi ha salvato:
la schiena dritta, le mani pulite, la coscienza libera.
Perché la povertà non sporca.
Ti mette davanti a una scelta.
E io ho scelto di restare umano.
Ho scelto di fermarmi
quando il mondo correva.
Di ascoltare
quando nessuno aveva tempo.
Di esserci
per chi restava indietro.
Perché i soldi finiscono.
Le cose si perdono.
Ma il tempo donato resta.
Gli sguardi veri restano.
Le vite che tocchi restano.
E quando verrà il giorno dei conti
non mi chiederanno cosa avevo,
ma chi ho sollevato,
chi ho amato,
quanta luce ho lasciato.
E allora lo dirò,
senza abbassare lo sguardo,
con la forza di chi conosce
le proprie radici:
sono figlio della strada,
figlio della fame,
figlio di uomini poveri
che mi hanno insegnato la più grande ricchezza:
la dignità
e restare, sempre,
essere umano.
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