Nel chiaroscuro di una fotografia
ti ritrovo, Lucio,
con quel viso di bambino
a cui la vita doveva ancora
insegnare quasi tutto.
Avevi l’età dei primi quaderni,
delle parole da dividere
in sillabe,
dei pomeriggi che
sembravano infiniti.
La morte era una parola
troppo grande
per stare nella tua cartella.
Quel giorno Luca
non trovava il modo di dirmelo.
Aveva letto il tuo nome
dove nessuno dovrebbe mai
leggere il nome di un bambino.
Poi venne il pomeriggio.
Io ero a scuola,
davanti alle mamme della prima,
con il mio dolore appena nato
e nessun posto dove posarlo.
Una voce chiedeva, gridava:
«Nemmeno un quaderno scritto in inglese!»
Io guardavo quella
bocca muoversi,
sentivo le parole arrivare
da lontano.
Avrei dovuto rispondere,
essere ancora la maestra.
Ma ero soltanto tua sorella
e tu non c’eri più.
Pensavo alle tue mani,
a tutto quello che
non avrebbero scritto,
alle pagine rimaste bianche,
alla terra scura
sopra i tuoi pochi anni.
Insegnavo ai bambini
a chiamare il mondo
in un’altra lingua,
ma quel giorno non sapevo
più come chiamare il mio.
Avrei voluto soltanto
sentire la porta aprirsi,
vederti entrare col
tuo sorriso e dire a tutti:
«Scusatemi, è arrivato
mio fratello».
Oggi è il tuo compleanno.
Accarezzo il bordo
della fotografia,
mi fermo sul tuo viso.
Io ho continuato a compiere
gli anni,
tu sei rimasto piccolo.
E ancora, quando ti penso,
mi viene da farti posto accanto,
da chiederti se hai freddo,
da tenerti un poco per mano.
Buon compleanno, Lucio.
Dentro ogni anno che
ho vissuto, c’è un giorno
che avrei voluto regalare a te.
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