I fiori del pomeriggio

Per molto tempo ho creduto
che mio fratello avesse smesso di amare nostra madre.

Quando parlavo di lei,
lui si chiudeva nel silenzio.
E se provavo a fermare il suo ricordo in una poesia,
mi diceva:
«Non mettere il mio nome.
Non mettere me e le mie figlie».

Quelle parole mi ferivano.
Pensavo volesse tenerla lontana,
cancellarla dai suoi giorni
come si chiude una porta
su ciò che non si vuole più vedere.

Eppure nostra madre era stata
il cuore della nostra casa:
la voce che ci chiamava,
le mani che sapevano accogliere,
la nonna che nei suoi nipoti
ritrovava un altro modo di amare.

A me aveva lasciato i suoi preziosi.
E io, smarrito nel dolore e nelle incomprensioni,
avevo creduto che tra noi restasse soltanto
l’ombra del vile denaro.
Forse mi sbagliavo.
Ma certe ferite, quando sono ancora aperte,
fanno sembrare buio anche l’amore.

Poi, una notte, l’ho sognato.

Nel sogno era un pomeriggio,
e mio fratello si trovava al cimitero.
Non sapeva di essere guardato.
Stava cambiando l’acqua ai fiori
e sistemava, piano,
margherite di tutti i colori
e piccole roselline.

Le accostava con delicatezza,
come si fa con le cose preziose,
come se ogni fiore potesse portare a nostra madre
un saluto, una carezza,
un frammento della famiglia
che lei aveva tanto amato.

Io mi fermavo a guardarlo.
E in quel sogno rivedevo
le sue mani accanto alle sue,
la promessa che forse soltanto loro due conoscevano.

Ogni settimana, sempre nello stesso pomeriggio,
diceva di dover andare dal dottore.
Era una scusa.
Dietro quelle parole custodiva
un appuntamento d’amore
che non riusciva a raccontare a nessuno.

Perché nostra madre gli aveva chiesto
di non lasciarla sola il pomeriggio.
E lui, anche dopo averla perduta,
continuava a raggiungerla.

Non sapeva dirle tutto con le parole.
Non sapeva mettere il suo nome nelle poesie.
Ma tornava.
Le cambiava l’acqua.
Le portava i fiori.
E restava lì, accanto a lei,
nel silenzio che a volte è il modo
più profondo di parlare.

Nel sogno ho sentito tenerezza per lui,
per le sue figlie, per noi,
per questa famiglia che nostra madre
continua a tenere unita
anche da lontano.

Avevo scambiato il suo silenzio per disamore.
Avevo creduto che il denaro
avesse cancellato ogni cosa.

Ma davanti a quelle margherite
e a quelle roselline
ho ritrovato mio fratello
e, dentro di lui, nostra madre.

La sua voce, forse, era ancora lì:
«Non lasciatemi sola».

E lui, ogni settimana, nel pomeriggio,
le rispondeva tornando.

Poi mi sono svegliato.
E nella realtà, per ora,
è ancora soltanto un desiderio:
quello di ritrovare mio fratello
e di sentire che l’amore,
anche quando tace,
può ancora fiorire.

Nel sogno, nostra madre,
madre nostra e nonna dei suoi nipoti,
in quel giardino di fiori di campo
non era sola.

#vincenzocoiante
#vincenzocoiantecom
#poveropoeta
#ironcoiante
#fratelli
#famiglia

Rispondi